Sulla costa meridionale dell’isola di Brač, in Croazia, esiste un posto che non si raggiunge per caso. Non ci sono strade asfaltate che ci portano fin lì, non ci sono cartelli luminosi né parcheggi affollati: solo un sentiero che scende tra la macchia mediterranea e le falesie calcaree, fino a un complesso di pietra incastonato nella roccia come se fosse sempre stato parte di essa. L’eremo di Blaca è uno di quegli luoghi che costringono a rallentare — non per scelta, ma per necessità fisica — e che nel rallentamento rivelano qualcosa di difficile da trovare altrove.
L’eremo di Blaca: come nasce un rifugio tra le falesie di Brač
La storia dell’eremo di Blaca inizia nel XVI secolo, quando un gruppo di sacerdoti glagolitici provenienti dalla regione di Poljica fuggì sull’isola di Brač per sfuggire all’avanzata ottomana. Non cercavano una destinazione turistica, ovviamente: cercavano un posto abbastanza inaccessibile da garantire la sopravvivenza. Lo trovarono sul versante sud di Brač, nella contea di Split-Dalmazia, in un anfratto di roccia a strapiombo sul mare Adriatico.
Quello che costruirono lì non era un semplice rifugio di fortuna. Nel tempo, l’eremo divenne un centro culturale e scientifico per l’isola intera, un luogo dove si conservavano libri, si osservavano le stelle, si tramandavano saperi. Per secoli, Blaca ha funzionato come un presidio di civiltà in un paesaggio che sembrava progettato per scoraggiare qualsiasi presenza umana stabile. Questo contrasto — tra l’asperità del territorio e la raffinatezza di ciò che vi si custodiva — è ancora oggi la ragione principale per visitarlo.
Il complesso è oggi riconosciuto come un bene di straordinario valore patrimoniale: l’eremo di Blaca si trova nella lista indicativa UNESCO per il Patrimonio Mondiale, candidatura che riflette l’importanza storica e culturale del sito per l’intera regione dalmata.
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Raggiungerlo fa parte dell’esperienza
Arrivare all’eremo di Blaca non è banale, e questo non è un difetto: è parte integrante del viaggio. Il percorso più comune parte da Murvica o dalla baia di Blaca stessa, attraverso sentieri che richiedono un minimo di preparazione fisica e calzature adeguate. Il paesaggio che si attraversa — macchia fitta, roccia bianca, profumo di salvia e rosmarino — è già di per sé una ragione per muoversi lentamente.
Chi arriva dal mare può ancorare nella piccola baia sottostante e risalire a piedi: un’opzione apprezzata da chi naviga lungo la costa sud dell’isola, dove le falesie calcaree cadono a picco sull’Adriatico con una verticalità che non lascia spazio a spiagge comode. La stagione migliore per la visita va dalla tarda primavera a settembre, quando le temperature sono sopportabili anche sul sentiero esposto al sole e il mare consente la navigazione costiera. In piena estate, conviene partire di mattina presto per evitare il caldo più intenso.
Falesie adriatiche come spazio spirituale: una tradizione più antica del turismo
L’eremo di Blaca non è un caso isolato nel Mediterraneo orientale. Le coste adriatiche — sia sul versante croato che su quello italiano — sono state per secoli un territorio di elezione per comunità monastiche e anacoreti che cercavano nella difficoltà geografica una forma di protezione e di raccoglimento. La roccia carsica, friabile in superficie ma compatta in profondità, si prestava naturalmente alla costruzione di celle, cappelle e depositi scavati o appoggiati alla parete.
In Dalmazia, questa tradizione si intreccia con la cultura glagolitica — l’alfabeto e la liturgia propri delle chiese slave adriatiche — che trovò nei luoghi più remoti i suoi ultimi baluardi quando le pressioni politiche e militari spingevano le comunità verso i margini. Gli eremi non erano solo luoghi di preghiera: erano archivi viventi, spazi dove si copiavano manoscritti, si mantenevano calendari liturgici, si tramandavano conoscenze astronomiche e agrarie.
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Sul versante italiano dell’Adriatico, una tradizione analoga si ritrova lungo le coste del Gargano e nelle grotte sacre del Salento, dove il culto si mescola alla geologia in modi che ancora oggi sorprendono chi visita questi luoghi senza aspettarsi nulla di simile. La logica è la stessa: trovare nella pietra, nell’isolamento e nell’altitudine una condizione favorevole alla concentrazione e, paradossalmente, alla produzione culturale.
Cosa aspettarsi da una visita a Brač
L’isola di Brač è raggiungibile in traghetto da Spalato (Split) in circa cinquanta minuti: i collegamenti sono frequenti e la traversata è essa stessa un’introduzione al paesaggio dalmata, con le isole che emergono dall’acqua come frammenti di un altopiano sommerso. Supetar è il centro principale dell’isola e il porto di arrivo dei traghetti; da lì ci si muove verso sud con mezzi propri o con i servizi locali.
Brač è nota anche per la pietra bianca estratta nelle sue cave da secoli — la stessa usata per costruire il Palazzo di Diocleziano a Spalato — e per la spiaggia di Zlatni Rat, a Bol, che avanza nel mare con una forma a lingua che cambia con le correnti. Ma chi viene fin qui solo per la spiaggia rischia di perdere la parte più interessante dell’isola: quella che si nasconde tra i sentieri dell’entroterra e lungo le falesie meridionali.
L’eremo di Blaca apre al pubblico nei mesi estivi con orari che è bene verificare prima di partire, poiché possono variare. L’ingresso è a pagamento e il sito è gestito come museo: si visita l’insieme del complesso, comprese le strutture che nel tempo si sono aggiunte all’insediamento originale. Non è un luogo per chi cerca comodità, ma è esattamente il tipo di posto che rimane in mente molto dopo che la vacanza è finita — non per un’immagine da social, ma per la sensazione concreta di aver capito qualcosa su come gli esseri umani si adattano ai luoghi più improbabili e ne fanno, contro ogni aspettativa, una casa.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
L'eremo di Blaca è un complesso monastico del XVI secolo arroccato sulle falesie dell'isola di Brač in Croazia, centro di spiritualità e cultura glagolitica.






