Ci sono luoghi dove l’architettura non ha scelto il terreno più comodo, ma il più improbabile: strapiombi di tufo, archi di pietra scolpiti dai fiumi, costoni vulcanici che sembrano rifiutarsi di cedere al peso delle case. I borghi costruiti sulla roccia non sono una curiosità folkloristica — sono il risultato di secoli di necessità, ingegno e un rapporto con la geologia che oggi, guardandoli, risulta quasi incomprensibile. Eppure esistono, abitati e vivi, sparsi tra la Spagna e l’Italia.
Puentedey, il paese che vive sopra un fiume
Nella provincia di Burgos, nella regione di Las Merindades, nel nord della Spagna, esiste un villaggio che ha letteralmente costruito le sue case su un ponte. Non un ponte fatto dall’uomo: un arco di pietra calcarea che il fiume Nela ha scavato nel corso di millenni, erodendo la roccia fino a creare una cavità carsica abbastanza ampia da sostenere un intero insediamento.
Puentedey — il nome stesso lo dice, puente de Dios, ponte di Dio — conta oggi solo poche decine di abitanti. Le case in pietra grigia si stringono sull’arco naturale come se la gravità fosse una variabile trascurabile. Al centro del borgo sorge la Chiesa di San Pelayo, con le sue origini romaniche, e il Palazzo dei Brizuela, edificato direttamente su un rilievo calcareo che sovrasta la cavità sottostante. Camminare per il villaggio significa avere il vuoto sotto i piedi e il cielo sopra, con il Nela che scorre silenzioso nell’ombra dell’arco.
Dal 2022, Puentedey fa parte dell’associazione Los Pueblos Más Bonitos de España — i borghi più belli di Spagna — un riconoscimento che ha portato qualche visitatore in più in un posto che fino a poco tempo fa era noto quasi soltanto ai locali. Raggiungerlo richiede un po’ di pianificazione: la zona di Las Merindades non è servita da trasporti pubblici frequenti, e la strada che porta al borgo è stretta. Ma è proprio questo isolamento a preservare qualcosa di raro: un luogo dove la geologia e l’abitare umano si sono incontrati senza che nessuno dei due abbia vinto del tutto.
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Tufo, peperino e vulcani: i borghi italiani sulla roccia
L’Italia ha una tradizione altrettanto radicata di borghi costruiti sulla roccia, soprattutto nel centro e nel sud, dove le formazioni vulcaniche hanno offerto per secoli una base — spesso instabile, sempre scenografica — su cui fondare interi paesi.
Pitigliano, in provincia di Grosseto, in Toscana, è forse l’esempio più fotografato: il borgo sorge su uno sperone di tufo vulcanico che scende a picco sulle valli sottostanti, e le case sembrano crescere direttamente dalla roccia, con le stesse sfumature ocra e grigie del materiale su cui poggiano. Guardandolo da lontano, il confine tra costruzione e geologia quasi scompare.
In Campania, Sant’Agata dei Goti, in provincia di Benevento, occupa un pianoro di tufo delimitato da gole profonde su tre lati. Il borgo medievale è rimasto sorprendentemente integro, con le sue chiese, i palazzi nobiliari e i vicoli stretti che corrono lungo il bordo della rupe. È uno di quei posti che si visita in mezza giornata ma che resta in testa molto più a lungo.
Nel Lazio, Vitorchiano, vicino a Viterbo, è costruito su peperino, una roccia vulcanica più dura e scura del tufo, che dà al borgo una tonalità quasi nera. Le case medievali, i vicoli e le torri sembrano incise nella pietra piuttosto che appoggiate sopra. Il risultato è un paesaggio urbano compatto, quasi minerale.
Perché costruire dove sembra impossibile
La domanda è legittima: perché scegliere un arco naturale, uno strapiombo o un costone vulcanico invece di un pianoro comodo? Le ragioni, storicamente, sono state quasi sempre le stesse.
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- Difesa: un borgo in cima a una rupe o su un arco naturale è difficile da attaccare. Le vie d’accesso sono poche e controllabili.
- Acqua: le formazioni carsiche e i canyon fluviali garantivano spesso una fonte idrica stabile nelle vicinanze.
- Materiale da costruzione: la roccia su cui si edificava era anche la roccia con cui si costruiva — il tufo, in particolare, è facile da lavorare e ottimo isolante termico.
- Identità: nel tempo, la posizione straordinaria è diventata parte dell’identità stessa del luogo, qualcosa da proteggere e tramandare.
Quello che oggi leggiamo come estetica — la casa che sembra crescere dalla roccia, il campanile sul bordo del precipizio — era spesso una soluzione pragmatica a problemi concreti. L’effetto visivo era un effetto collaterale.
Quando visitarli e cosa aspettarsi
I borghi su roccia, sia in Spagna che in Italia, hanno in comune una caratteristica pratica: sono spesso piccoli, con infrastrutture limitate. Questo significa che la visita ideale è fuori stagione o nei giorni feriali, quando i vicoli non sono congestionati e si riesce davvero a percepire la scala del luogo.
Puentedey si raggiunge comodamente da Burgos in auto — circa un’ora — e può essere inserito in un itinerario più ampio che include le gole del Nela e gli altri borghi di Las Merindades. Il periodo migliore è la primavera o l’inizio dell’autunno, quando la luce è bassa e il fiume ha ancora acqua sufficiente da rendere l’arco naturale pienamente visibile dal basso.
Per i borghi italiani su tufo, come Pitigliano o Sant’Agata dei Goti, l’estate può essere calda e affollata — meglio puntare su maggio, giugno o settembre. Vitorchiano, meno conosciuta, è visitabile quasi tutto l’anno senza problemi di sovraffollamento. Per chi vuole approfondire la rete italiana dei borghi storici, il sito dell’associazione I Borghi più Belli d’Italia offre un buon punto di partenza per pianificare itinerari tematici.
Quello che accomuna tutti questi luoghi — l’arco calcareo di Puentedey, gli speroni di tufo toscani, le rupi campane — è una certa ostinazione. L’ostinazione di chi ha deciso che quel posto, per quanto improbabile, era il posto giusto. E guardandoli oggi, è difficile dargli torto.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








